L’insegnante…

“L’insegnante idea­le è una per­so­na pre­pa­ra­ta nel­la mate­ria che svol­ge, coe­ren­te e seria, sen­za note di esal­ta­zio­ne né di sé, né del pro­prio inse­gna­men­to. […] non vuo­le emer­ge­re ma far emer­ge­re i suoi ragaz­zi, veder­li cre­sce­re”.1

Voglia­mo appren­de­re sem­pre meglio a rispet­ta­re que­sta età, rico­no­scen­do la digni­tà di ogni bam­bi­no; vor­re­mo esse­re capa­ci di dare affet­to a cia­scun alun­no, accet­tan­do­lo sen­za con­di­zio­ni; vor­re­mo rispet­tar­li tut­ti nei loro sen­ti­men­ti e nei loro modi dif­fe­ren­ti di esse­re bam­bi­ni; vor­re­mo impa­ra­re ad ascol­tar­li con la dovu­ta atten­zio­ne, in modo da aiu­tar­li a svi­lup­pa­re la fidu­cia e il sen­so di sicu­rez­za in se stes­si e nei con­fron­ti dei ‘gran­di’; al tem­po stes­so, voglia­mo esse­re fer­mi e deci­si in modo che pos­sa­no riscon­tra­re in noi, gior­no per gior­no, deter­mi­na­zio­ne e coe­ren­za. Questi sono gli obiet­ti­vi gene­ra­li (o for­se tra­guar­di uto­pi­ci, mai com­ple­ta­men­te rag­giun­gi­bi­li), che ci pre­fig­gia­mo nell’approcciarci al mestie­re dell’insegnante.

“Ritornare ad accom­pa­gna­re i bam­bi­ni alla sco­per­ta del mon­do, rilan­cia­re i valo­ri dell’amicizia e del­la socie­tà fra­ter­na, sol­le­ci­ta­re una socie­tà edu­can­te, que­sti gli impe­gni del futu­ro più pros­si­mo, nel­la con­sa­pe­vo­lez­za che già nel­le scel­te meto­do­lo­gi­che e didat­ti­che si cela­no i fini che si inten­de per­se­gui­re”.2

Una figura amorevole, che rimane di sfondo

Una figu­ra amo­re­vo­le che rima­ne di sfon­do, un’insegnante che vuo­le capi­re sem­pre meglio cia­scun bam­bi­no per crea­re per lui l’ambiente di appren­di­men­to più ade­gua­to alle sue esi­gen­ze.
E guar­da­re i bam­bi­ni al lavo­ro, con­si­de­ra­re la loro pas­sio­ne e il loro impe­gno, ren­der­si con­to che sco­pro­no mol­te più cose di noi, che quan­do lavo­ra­no non ci chia­ma­no per­ché spie­ghia­mo loro qual­co­sa ma solo per con­di­vi­de­re quel­lo che han­no ‘sco­pri­to’ (bam­bi­no di tre anni), che sono capa­ci, una vol­ta tor­na­ti a scuo­la, di riflet­te­re su quel­lo che han­no fat­to, di rap­pre­sen­tar­lo, di coin­vol­ge­re altri com­pa­gni… ci con­vin­ce che sia­mo sul­la stra­da giu­sta. […] Una sola con­clu­sio­ne: capi­re si può, richie­de gran­de impe­gno da par­te di tut­ti, ma vale la pena (e ci si diver­te anche). Provare per cre­de­re”.3

  1. V. ANDREOLI, Lettera a un inse­gnan­te, RCS Libri, Bergamo, 2007, p. 118.
  2. A. BOBBIOBambini Culture Persona. Analisi di peda­go­gia dell’infanzia, La Scuola, Brescia, 2005, p. 264.
  3. E. PIAZZA, E. GIORDANO, Gli adul­ti impa­ra­no: Giocheria e la for­ma­zio­ne degli inse­gnan­ti, in Scienza in gio­co. Costruzioni d’acqua di adul­ti e bam­bi­ni, Junior, Bergamo, 2004, p. 21.

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