Giocare

Si dice dei bam­bi­ni che ‘non stan­no mai fer­mi’: in effet­ti non pos­so­no, non devo­no. Guardare, ascol­ta­re, muo­ver­si, affer­ra­re un ogget­to, tut­to è esplo­ra­zio­ne, un fare che dà con­sa­pe­vo­lez­za e pia­ce­re, sco­per­ta e con­fer­ma (‘io sono capa­ce’), biso­gno insa­zia­bi­le di cono­sce­re, (‘io da solo’), di spe­ri­men­ta­re, di sba­glia­re per rifa­re bene. È un’importante atti­vi­tà psi­co­mo­to­ria, per dir­la con paro­le tec­ni­che, o sem­pli­ce­men­te un gio­co libe­ro?1

Il gioco, in generale, è un’attività seria e piacevolmente impegnativa per il bambino, attraverso la quale egli migliora il proprio sviluppo cognitivo, sociale e affettivo.

Il gio­co, in gene­ra­le, è un’attività seria e pia­ce­vol­men­te impe­gna­ti­va per il bam­bi­no, attra­ver­so la qua­le egli miglio­ra il pro­prio svi­lup­po cogni­ti­vo, socia­le e affet­ti­vo. Come affer­ma Angelica Arace: “Il gio­co è un feno­me­no per­va­si­vo che carat­te­riz­za il mon­do dell’infanzia: esso è una for­ma di cono­scen­za e azio­ne tra­sfor­ma­ti­va sul­la real­tà, ma anche una for­ma di comu­ni­ca­zio­ne e di espe­rien­za emo­ti­va. Il gio­co riflet­te lo svi­lup­po rag­giun­to dal bam­bi­no, ma al tem­po stes­so con­tri­bui­sce all’evoluzione del­le sue fun­zio­ni moto­rie, socia­li, cogni­ti­ve ed affet­ti­ve, nell’ambito di una rela­zio­ne di tipo bidi­re­zio­na­le”.2

Nei bam­bi­ni del­la scuo­la dell’infanzia è già com­par­so il gio­co sim­bo­li­co o di fin­zio­ne, ossia quel­le atti­vi­tà di simu­la­zio­ne di sche­mi fami­lia­ri comu­ni, in cui cer­ti ogget­ti fun­go­no da altro rispet­to alla loro fun­zio­ne ori­gi­na­le (ad esem­pio, una fila di sedie rap­pre­sen­ta un tre­no). In que­sto spe­ci­fi­co caso, il bam­bi­no per gio­ca­re deve rie­vo­ca­re lo script del con­te­sto tre­no, per come lui l’ha vis­su­to, visto o sen­ti­to rac­con­ta­re. Nel ripe­te­re l’interpretazione del gio­co del tre­no, ricor­de­rà lo sche­ma in modo sem­pre più ana­li­ti­co. Ecco per­ché il gio­co di fin­zio­ne è impor­tan­te non solo per raf­for­za­re e amplia­re l’attività rap­pre­sen­ta­ti­va, ma anche per per­fe­zio­nar­la a for­za di rivi­ver­la. Aiuta, inol­tre, lo svi­lup­po del­la memo­ria e dà la pos­si­bi­li­tà di cono­sce­re tan­te paro­le, even­ti e cose nuo­ve.

Secondo Vygotskij, il gio­co si col­lo­ca nel regno del pos­si­bi­le: esso apre una zona di svi­lup­po pros­si­ma­le in cui il bam­bi­no agi­sce sem­pre al di sopra del suo com­por­ta­men­to quo­ti­dia­no e per­tan­to il gio­co è esso stes­so una fon­te prin­ci­pa­le di svi­lup­po”.3

Nella nostra scuo­la, il gran­de spa­zio ester­no sarà, tra le altre cose, “Il giar­di­no dei gio­chi dimen­ti­ca­ti” in cui rea­liz­ze­re­mo quell’insieme mera­vi­glio­so di gio­chi in via di estin­zio­ne come lo sca­lo­ne, i quat­tro ango­li, nascon­di­no, piste per i tap­pi, pal­la avve­le­na­ta, ecc. e tan­ta tan­ta atti­vi­tà moto­ria.

  1. A. DI FENZA, L. MONTI e A. TAGLIAVINI, In teo­ria, in G. ZOPPOLI (a cura di), Come par­to­ri­re un Mammut (e non rima­ne­re schiac­cia­ti sot­to), Marotta&Cafiero, Napoli, 2011, pp. 266 – 67.
  2. A. ARACE, Psicologia del­la pri­ma infan­zia, Mondadori Education, Milano, 2010, p. 137.
  3. Ibidem.

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